
pria che il corpo gustar, perdeano il volo
desïosi di sangue. In questo stato
lo mirò d'Evemon l'inclito figlio
Euripilo, ed a lui, che sotto il nembo
degli strali languìa, fatto dappresso,
a vibrar cominciò l'asta lucente,
e il duce Apisaon, di Fausia figlio,
nell'epate percosse, e gli disciolse
de' ginocchi il vigor. Sovra il caduto
Euripilo avventossi, e le bell'armi
di dosso gli traea. Ma come il vide
Paride, il drudo di beltà divina,
giovani prodi conducea ciascuno
di lunghe picche armati. In ordinanza
si difilâr tra il fosso e il muro, e quivi
destaro i fuochi, e apposero le cene.
Nella tenda regal l'Atride intanto
convita i duci, di vivande grate
li ristaura; e sì tosto che de' cibi
e del bere in ciascun tacque il desìo,
il buon Nestorre, di cui sempre uscìa
ottimo il detto, cominciò primiero
a svolgere dal petto un suo consiglio,
e in questo saggio ragionar l'espose:
Agamennóne glorïoso Atride,
da te principio prenderan le mie
parole, e in te si finiranno, in te
di molte genti imperador, cui Giove,
per la salute de' suggetti, il carco
delle leggi commise e dello scettro.
Principalmente quindi a te conviensi
dir tua sentenza, ed ascoltar l'altrui,
e la porre ad effetto, ove da pura
coscïenza proceda, e il ben ne frutti;
ché il buon consiglio, da qualunque ei vegna,
tuo lo farai coll'eseguirlo. Io dunque
ciò che acconcio a me par, dirò palese,
né verun penserà miglior pensiero
di quel ch'io penso e mi pensai dal punto
che dalla tenda dell'irato Achille
via menasti, o gran re, la giovinetta
Brisëide, sprezzato il nostro avviso.
Ben io, lo sai, con molti e caldi preghi
ti sconfortai dall'opra: ma tu spinto
dall'altero tuo cor onta facesti
al fortissimo eroe, dagl'Immortali
stessi onorato, e il premio gli rapisti
de' suoi sudori, e ancor lo ti ritieni.
Or tempo egli è di consultar le guise
di blandirlo e piegarlo, o con eletti
doni o col dolce favellar che tocca.
Tu parli il vero, Agamennón rispose,
parli il vero pur troppo, enumerando
i miei torti, o buon vecchio. Errai, nol nego:
val molte squadre un valoroso in cui
ponga Giove il suo cor, siccome in questo
per lo cui solo onor doma gli Achei.
Ma se ascoltando un mal desìo l'offesi,
or vo' placarlo, e il presentar di molti
onorevoli doni, e a voi qui tutti
li dirò: sette tripodi, non anco
tocchi dal foco; dieci aurei talenti;
due volte tanti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarmi i primi
premii, e di tanti già mi fêr l'acquisto,
che povero per certo e di ricchezze
desideroso non sarìa chi tutti
li possedesse. Donerogli in oltre
di suprema beltà sette captive
lesbie donzelle a meraviglia sperte
nell'opre di Minerva, e da me stesso
trascelte il dì che Lesbo ei prese. A queste
aggiungo la rapita a lui poc'anzi
Brisëide, e farò giuro solenne
ch'unqua il suo letto non calcai. Ciò tutto
senza indugio fia pronto. Ove gli Dei
ne concedano poscia il porre al fondo
la troiana città, primiero ei vada,
nel partir delle spoglie, a ricolmarsi
d'oro e bronzo le navi, e si trascelga
venti bei corpi di dardanie donne
dopo l'argiva Elèna le più belle.
Di più: se d'Argo riveder n'è dato
le care sponde, ei genero sarammi
onorato e diletto al par d'Oreste,
ch'unico germe a me del miglior sesso
ivi s'edùca alle dovizie in seno.
Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
Crisotemi, Laòdice, Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
senza dotarla, ed a Pelèo la meni.
Doterolla io medesmo, e di tal dote
qual non s'ebbe giammai altra donzella:
sette città, Cardàmile ed Enòpe,
le liete di bei prati Ira ed Antèa,
l'inclita Fere, Epèa la bella, e Pèdaso
d'alme viti feconda: elle son poste
tutte quante sul mar verso il confine
dell'arenosa Pilo, e dense tutte
di cittadini che di greggi e mandre
ricchissimi, co' doni al par d'un Dio
l'onoreranno, e di tributi opimi
faran bello il suo scettro. Ecco di quanto
gli farò dono se depor vuol l'ira.
Placar si lasci: inesorato è il solo
Pluto, e per questo il più abborrito iddio.
Rammenti ancora che di grado e d'anni
io gli vo sopra; lo rammenti, e ceda.
Potentissimo Atride Agamennóne,
riprese il veglio cavalier, pregiati
sono i doni che appresti al re Pelìde.
da quaranta carene accompagnato.
D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona
e della bianca Oloossona i figli
procedono suggetti al fermo e forte
Polipete, figliuol di Piritòo,
del sempiterno Giove inclito seme;
e generollo a Piritòo l'illustre
Ippodamìa quel dì che dei bimembri
irti Centauri ei fe' l'alta vendetta,
e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi
li confinò. Né solo è Polipete,
ma seco è Leontèo, marzio germoglio
del Cenìde magnanimo Corone.
e questa è squadra di quaranta antenne.
Venti da Cifo e due Gunèo ne guida
d'Enïeni onerose e di Perebi,
franchi soldati, e di color che intorno
alla fredda Dodona avean la stanza,
e di quelli che solcano gli ameni
campi cui l'onda titaresia irriga,
rivo gentil che nel Penèo devolve
le sue bell'acque, né però le mesce
con gli argenti penèi, ma vi galleggia
come liquida oliva; ché di Stige
(giuramento tremendo) egli è ruscello.
Ultimo vien di Tentredone il figlio
il veloce Protòo, duce ai Magneti
dal bel Penèo mandati e dal frondoso
Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi
fur dell'achiva armata i capitani.
Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente
di tanti duci e de' cavalli insieme
che gli Atridi seguîr. Prestanti assai
eran le ferezïadi puledre
ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte
come penna d'augello, ambe d'un pelo,
d'età pari e di dosso a dritto filo.
Il vibrator del curvo arco d'argento
Febo educolle ne' pïerii prati,
e portavan di Marte la paura
nelle battaglie. Degli eroi primiero
era l'Aiace Telamonio, mentre
perseverò nell'ira il grande Achille,
il più forte di tutti; e innanzi a tutti
ivan di pregio i corridor portanti
l'incomparabil Tessalo. Ma questi
nelle ricurve navi si giacea
inoperoso, e sempre spirante ira
contro l'Atride Agamennóne. Intanto
lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco
i suoi guerrieri si prendean diletto.
Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi
pasceano l'apio paludoso e il loto,
e i cocchi si giacean coperti e muti
nelle tende dei duci, e i duci istessi,
del bellicoso eroe desiderosi,
givan pel campo vagabondi e inerti.
Movean le schiere intanto in vista eguali
a un mar di foco inondator, che tutta
divorasse la terra; ed alla pesta
de' trascorrenti piedi il suol s'udìa
rimbombar. Come quando il fulminante
irato Giove Inarime flagella
duro letto a Tifèo, siccome è grido;
così de' passi al suon gemea la terra.
Mentre il campo traversano veloci
gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri
Iri discese di feral novella
apportatrice, e la spedìa di Giove
un comando. Tenean questi consiglio
giovani e vecchi, congregati tutti
ne' regali vestiboli. Mischiossi
tra lor la Diva, di Polìte assunta
l'apparenza e la voce. Era Polìte
di Priamo un figlio che, del piè fidando
nella prestezza, stavasi de' Teucri
esploratore al monumento in cima
dell'antico Esïeta, e vi spïava
degli Achivi la mossa. In queste forme
trasse innanzi la Diva, e al re conversa,
Padre, disse, che fai? Sempre a te piace
il molto sermonar come ne' giorni
della pace; né pensi alla ruina
che ne sovrasta. Molte pugne io vidi,
ma tali e tante non vid'io giammai
ordinate falangi. Numerose
al pari delle foglie e dell'arene
procedono nel campo a dar battaglia
sotto Troia. Tu dunque primamente,
Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni
ad effetto. Nel sen di questa grande
città diversi di diverse lingue
abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno
de' lor duci si ponga alla lor testa,
e tutti in punto di pugnar li metta.
Conobbe Ettorre della Dea la voce,
e di subito sciolse il parlamento.
Corresi all'armi, si spalancan tutte
le porte, e folti sboccano in tumulto
fanti e cavalli. Alla città rimpetto
Ma del braccio l'aita e della voce
a me tu pria, signor, prometti e giura:
perché tal che qui grande ha su gli Argivi
tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina,
n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.
Quando il potente col minor s'adira,
reprime ei sì del suo rancor la vampa
per alcun tempo, ma nel cor la cova,
finché prorompa alla vendetta. Or dinne
se salvo mi farai. - Parla securo,
rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,
qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo
che pregato da te ti squarcia il velo
de' fati, e aperto tu li mostri a noi,
per questo Apollo a Giove caro io giuro:
nessun, finch'io m'avrò spirto e pupilla,
con empia mano innanzi a queste navi
oserà vïolar la tua persona,
nessuno degli Achei; no, s'anco parli
d'Agamennón che sé medesmo or vanta
dell'esercito tutto il più possente.
Allor fe' core il buon profeta, e disse:
né d'obblïati sacrifici il Dio
né di voti si duol, ma dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto negò. La colpa è questa
onde cotante ne diè strette, ed altre
l'arcier divino ne darà; né pria
ritrarrà dal castigo la man grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta né compra al padre amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che il Dio si plachi.
Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe
il re supremo Agamennón levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
squadrò torvo Calcante, indi proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un accento
non uscì di tua bocca a me gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e nude
son l'opre tue del par che le parole.
E fra gli Argivi profetando or cianci
che delle frecce sue Febo gl'impiaga,
sol perch'io ricusai della fanciulla
Crisëide il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
né di care sembianze, né d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo è il meglio;
ché la salvezza io cerco, e non la morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ché de' Greci io solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta
preda, il vedete, dalle man mi fugge.
O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte città tutte divise
ne fur le spoglie, né diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei sì vile
Mosse allor le parole il grande Atride.
Diletto Dïomede, a tuo talento
un compagno ti scegli a sì grand'uopo,
qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi
presti a seguirti; né verun rispetto
la tua scelta governi, onde non sia
che lasciato il miglior, pigli il peggiore;
né ti freni pudor, né riverenza
di lignaggio, né s'altri è re più grande.
Così parlava, del fratello amato
paventando il periglio: e fea risposta
Dïomede così: Se d'un compagno
mi comandate a senno mio l'eletta,
come scordarmi del divino Ulisse,
di cui provato è il cor, l'alma costante
nelle fatiche, e che di Palla è amore?
S'ei meco ne verrà, di mezzo ancora
alle fiamme uscirem; cotanto è saggio.
Non mi lodar né mi biasmar, Tidìde,
soverchiamente (gli rispose Ulisse),
ché tu parli nel mezzo ai consci Argivi.
Partiam: la notte se ne va veloce,
delle stelle il languir l'alba n'avvisa,
né dell'ombre riman che il terzo appena.
D'armi orrende, ciò detto, si vestiro.
A Dïomede, che il suo brando avea
obblïato alle navi, altro ne diede
di doppio taglio, ed il suo proprio scudo
il forte Trasimede. Indi alla fronte
una celata gli adattò di cuoio
taurin compatta, senza cono e cresta,
che barbuta si noma, e copre il capo
de' giovinetti. Merïone a gara
d'una spada, d'un arco e d'un turcasso
ad Ulisse fe' dono, e su la testa
un morïon gli pose aspro di pelle,
da molte lasse nell'interno tutto
saldamente frenato, e nel di fuore
di bianchissimi denti rivestito
di zannuto cinghial, tutti in ghirlanda
con vago lavorìo disposti e folti.
Grosso feltro il cucuzzolo guarnìa.
L'avea furato in Eleona un giorno
Autolico ad Amìntore d'Ormeno,
della casa rompendo i saldi muri;
quindi il ladro in Scandea diello al Citèrio
Amfidamante; Amfidamante a Molo
ospital donamento, e questi poscia
al figlio Merïon, che su la fronte
alfin lo pose dell'astuto Ulisse.
Racchiusi nelle orrende arme gli eroi
partîr, lasciando in quel recesso i duci.
E da man destra intanto su la via
spedì loro Minerva un aïrone.
Né già questi il vedean, ché agli occhi il vieta
la cieca notte, ma n'udìan lo strido.
Di quell'augurio l'Itacense allegro
a Minerva drizzò questa preghiera:
Odimi, o figlia dell'Egìoco Giove,
che l'opre mie del tuo nume proteggi,
né t'è veruno de' miei passi occulto.
Or tu benigna più che prima, o Dea,
dell'amor tuo m'affida, e ne concedi
glorïoso ritorno e un forte fatto,
tale che renda dolorosi i Teucri.
Pregò secondo Dïomede, e disse:
Di Giove invitta armipotente figlia,
odi adesso me pur: fausta mi segui
siccome allor che seguitasti a Tebe
il mio divino genitor Tidèo,
de' loricati Achivi ambasciadore
attendati d'Asopo alla riviera.
Di placido messaggio egli a' Tebani
fu portator; ma fieri fatti ei fece
nel suo ritorno col favor tuo solo,
ché nume amico gli venivi al fianco.
E tu propizia a me pur vieni, o Dea,
e salvami. Sull'ara una giovenca
ti ferirò d'un anno, ampia la fronte,
ancor non doma, ancor del giogo intatta.
Questa darotti, e avrà dorato il corno.
Così pregaro, e gli esaudìa la Diva.
Implorata di Giove la possente
figlia Minerva, proseguîr la via
quai due lïoni, per la notte oscura,
per la strage, per l'armi e pe' cadaveri
sparsi in morta di sangue atra laguna.
Né d'altra parte ai forti Teucri Ettorre
permette il sonno; ma de' prenci e duci
chiama tutti i migliori a parlamento;
e raccolti, lor apre il suo consiglio.
Chi di voi mi promette un'alta impresa
per grande premio che il farà contento?
Darogli un cocchio, e di cervice altera
due corsieri, i miglior dell'oste achea
(taccio la fama che n'avrà nel mondo).
Questo dono otterrà chiunque ardisca
appressarsi alle navi, e cauto esplori
se sian, qual pria, guardate, o pur se domo
da nostre forze l'inimico or segga
o del fratello; e l'uccisor, pagata
del suo fallo la pena, in una stessa
città dimora col placato offeso.
Ma inesorata ed indomata è l'ira
che a te pose nel petto un dio nemico;
per chi? per una donzelletta! e sette
noi te n'offriamo a maraviglia belle,
e molt'altre più cose. Or via, rivesti
cor benigno una volta. Abbi rispetto
ai santi dritti dell'ospizio almeno,
ch'ospiti tuoi noi siamo, e dal consesso
degli Achei ne venimmo, a te fra tutti
i più cari ed amici. - Illustre figlio
di Telamone, gli rispose Achille,
ottimo io sento il tuo parlar; ma l'ira
mi rigonfia qualor penso a colui
che in mezzo degli Achei mi vilipese
come un vil vagabondo. Andate, e netta
la risposta ridite. Alcun pensiero
non tenterammi di pugnar, se prima
il Prïamìde bellicoso Ettorre
fino al quartier de' Mirmidoni il foco
e la strage non porti. Ov'egli ardisca
assalir questa tenda e questa nave,
saprò la furia rintuzzarne, io spero.
Sì disse; e quegli, alzato il nappo e fatta
la libagion, partîrsi; e taciturno
li precedeva di Laerte il figlio.
A' suoi sergenti intanto ed all'ancelle
Patroclo impone d'apprestar veloci
soffice letto al buon Fenice; e pronte
quelle obbedendo steser d'agnelline
pelli uno strato, vi spiegâr di sopra
di finissimo lino una sottile
candida tela, e su la tela un'ampia
purpurea coltre; e qui ravvolto il vecchio
aspettando l'aurora si riposa.
Nel chiuso fondo della tenda ei pure
ritirossi il Pelìde, ed al suo fianco
lesbia fanciulla di Forbante figlia
si corcò la gentil Dïomedea.
Dormì Patròclo in altra parte, e a lato
Ifi gli giacque, un'elegante schiava
che il Pelìde donògli il dì che l'alta
Sciro egli prese d'Enïeo cittade.
Giunti i legati al padiglion d'Atride,
sursero tutti e con aurate tazze
e affollate dimande i prenci achivi
gli accolsero. Primiero interrogolli
il re de' forti Agamennón: Preclaro
della Grecia splendor, inclito Ulisse,
parla: vuol egli dalle fiamme ostili
servar l'armata? o d'ira ancor ripieno
il cor superbo, di venir ricusa?
Glorïoso signor, rispose il saggio
di Laerte figliuol, non che gli sdegni
ammorzar, li raccende egli più sempre,
e te dispregia e i tuoi presenti, e dice
che del come salvar le navi e il campo
co' duci achivi ti consulti. Aggiunse
poi la minaccia, che il novello sole
varar vedrallo le sue navi; e gli altri
a rimbarcarsi esorta, ché dell'alto
Ilio l'occaso non vedrem, dic'egli,
giammai: la mano del Tonante il copre,
e rincorârsi i Teucri. Ecco i suoi sensi,
che questi a me consorti, il grande Aiace
e i saggi araldi confermar ti ponno.
Il vegliardo Fenice è là rimasto
per suo cenno a dormir, onde dimani
seguitarlo, se il vuole, al patrio lido:
non farà forza al suo voler, se il niega.
D'alto stupor percossi alla feroce
risposta, tutti ammutoliro i duci,
e lunga pezza taciturni e mesti
si restâr. Finalmente in questi detti
proruppe il fiero Dïomede: Eccelso
sire de' prodi, glorïoso Atride,
non avessi tu mai né supplicato
né fatta offerta di cotanti doni
all'altero Pelìde. Era superbo
egli già per se stesso; or tu n'hai fatto
montar l'orgoglio più d'assai. Ma vada,
o rimanga, di lui non più parole.
Lasciam che il proprio genio, o qualche iddio
lo ridesti alla pugna. Or secondiamo
tutti il mio dir. Di cibo e di lïeo,
fonte d'ogni vigor, vi ristorate,
e nel sonno immergete ogni pensiero.
Tosto che schiuda del mattin le porte
il roseo dito della bella Aurora,
metti in punto, o gran re, fanti e cavalli
nanzi alle navi, e a ben pugnar gl'istiga,
e combatti tu stesso alla lor testa.
Disse, e tutti applaudîr lodando a cielo
l'alto parlar di Dïomede i regi;
e fatti i libamenti, alla sua tenda
s'incamminò ciascuno. Ivi le stanche
membra accolser del sonno il dolce dono.

Senza dunque indugiar alla sua tenda
si mandino i legati. Io stesso, o sire,
li nomerò, né alcun mi fia ritroso:
primamente Fenice, al sommo Giove
carissimo mortale, e capo ei sia
dell'imbasciata. Il seguirà col grande
Aiace il divo Ulisse, e degli araldi
n'andran Hodio ed Eurìbate. Frattanto
date l'acqua alle mani, e comandate
alto silenzio, acciò che salga a Giove
la nostra prece, e la pietà ne svegli.
Disse; e a tutti fu caro il suo consiglio.
Dier le linfe alle mani i banditori;
lesti i donzelli coronâr di liete
spume le tazze, e le portaro in giro:
e libato e gustato a pien talento
il devoto licore, uscîr veloci
dalla tenda regal gli ambasciadori;
e molti avvisi porgea lor per via
il buon veglio, girando a ciascheduno,
principalmente di Laerte al figlio,
le parlanti pupille, e a tentar tutte
le vie gli esorta d'ammansar quel fiero.
Del risonante mar lungo la riva
avviârsi i legati, supplicando
dall'imo cor l'Enosigèo Nettunno
perché d'Achille la grand'alma ei pieghi.
Alle tende venuti ed alle navi
de' Mirmidóni, ritrovâr l'eroe
che ricreava colla cetra il core,
cetra arguta e gentil, che la traversa
avea d'argento, e spoglia era del sacco
della città d'Eezïon distrutta.
Su questa degli eroi le glorïose
geste cantando raddolcìa le cure:
Solo a rincontro gli sedea Patròclo
aspettando la fin del bellicoso
canto in silenzio riverente. Ed ecco
dall'Itaco precessi all'improvviso
avanzarsi i legati, e al suo cospetto
rispettosi sostar. Alzasi Achille
del vederli stupito, ed abbandona
colla cetra lo seggio; alzasi ei pure
di Menèzio il buon figlio, e lor porgendo
il Pelìde la man, Salvete, ei dice,
voi mi giungete assai graditi: al certo
vi trae grand'uopo: benché irato, io v'amo
sovra tutti gli Achei. - Così dicendo,
dentro la tenda interïor li guida,
in alti scanni fa sederli sopra
porporini tappeti, ed a Patròclo
che accanto gli venìa, Recami, disse,
o mio diletto, il mio maggior cratere,
e mesci del più puro, ed apparecchia
il suo nappo a ciascun: sotto il mio tetto
oggi entrâr generose anime care.
Disse; e Patròclo del suo dolce amico
alla voce obbedì. Su l'ignee vampe
concavo bronzo di gran seno ei pose,
e dentro vi tuffò di pecorella
e di scelta capretta i lombi opimi
con esso il pingue saporoso tergo
di saginato porco. Intenerite
così le carni, Automedonte in alto
le sollevava; e con forbito acciaro
acconciamente le incidea lo stesso
divino Achille, e le infiggea ne' spiedi.
Destava intanto un grande foco il figlio
di Menèzio, e conversi in viva bragia
i crepitanti rami, e già del tutto
queta la fiamma, delle brage ei fece
ardente un letto, e gli schidion vi stese;
del sacro sal gli asperse, e tolte alfine
dagli alari le carni abbrustolate
sul desco le posò; prese di pani
un nitido canestro, e su la mensa
distribuilli; ma le apposte dapi
spartìa lo stesso Achille, assiso in faccia
ad Ulisse col tergo alla parete.
Ciò fatto, ingiunse al suo diletto amico
le sacre offerte ai numi; e quei nel foco
le primizie gettò. Stesero tutti
allor le mani all'imbandito cibo.
Come fur sazi, fe' degli occhi Aiace
al buon Fenice un cotal cenno: il vide
lo scaltro Ulisse, e ricolmato il nappo,
al grande Achille propinollo, e disse:
Salve, Achille; poc'anzi entro la tenda
d'Atride, ed ora nella tua di lieto
cibo noi certo ritroviam dovizia;
ma chi di cibo può sentir diletto
mentre sul capo ci veggiam pendente
un'orrenda sciagura, e sul periglio
delle navi si trema? E periranno,
se tu, sangue divin, non ti rivesti
di tua fortezza, e non ne rechi aita.
Gli orgogliosi Troiani e gli alleati
imminente all'armata e al nostro muro
han posto il campo, e mille fuochi accesi,
e fan minaccia d'avanzarsi arditi,
Come talor del monte in su la cima
di Scirocco il soffiar spande la nebbia
al pastore odiosa, al ladro cara
più che la notte, né va lunge il guardo
più che tiro di pietra: a questa guisa
si destava di polve una procella
sotto il piè de' guerrieri che veloci
l'aperto campo trascorrean. Venuti
di poco spazio l'un dell'altro a fronte
gli eserciti nemici, ecco Alessandro
nelle prime apparir file troiane
bello come un bel Dio. Portava indosso
una pelle di pardo, ed il ricurvo
arco e la spada; e due dardi guizzando
ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci
sfidando i primi a singolar conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
venir superbo a lunghi passi; e quale
il cor s'allegra di lïon che visto
un cervo di gran corpo o caprïolo,
spinto da fame a divorarlo intende,
e il latrar de' molossi, e degli audaci
villan robusti il minacciar non cura;
tale alla vista del Troian leggiadro
esultò Menelao. Piena sperando
far sopra il traditor la sua vendetta,
balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
venir tra' primi, in cor turbossi il drudo,
e della morte paventoso in salvo
si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto
in montana foresta orrido serpe
risalta indietro, e per la balza fugge
di paura tremante e bianco in viso,
tal fra le schiere de' superbi Teucri,
l'ira temendo del figliuol d'Atreo,
l'avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
ahi profumato seduttor di donne,
vile del pari che leggiadro! oh mai
mai non fossi tu nato, o morto fossi
anzi ch'esser marito, ché tal fôra
certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
più che carco d'infamia ir mostro a dito.
Odi le risa de' chiomati Achei,
che al garbo dell'aspetto un valoroso
ti suspicâr da prima, e or sanno a prova
che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma.
E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
con eletti compagni? e visitando
straniere genti tu dall'apia terra
donna d'alta beltà, moglie d'eroi,
rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
cacciar nelle sciagure, agl'inimici
farti bersaglio, ed infamar te stesso?
Perché fuggi? perché di Menelao
non attendi lo scontro? Allor saprai
di qual prode guerrier t'usurpi e godi
la florida consorte: né la cetra
ti varrà né il favor di Citerea,
né il vago aspetto né la molle chioma,
quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
ché tu n'andresti già, premio al mal fatto,
d'un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
a ragion mi rampogni, ed io t'escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
che ben tagliente una navale antenna
fende, vibrata da gagliardi polsi,
e nerbo e lena al fenditor raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
ché, qualunque pur sia, gradito e bello
sempre è il dono d'un Dio; né il conseguirlo
è nel nostro volere. Or se t'aggrada
ch'io scenda a duellar, fa che l'achee
squadre e le teucre seggansi tranquille,
e me nel mezzo e Menelao mettete
d'Elena armati a terminar la lite,
e di tutto il tesor di ch'ella è ricca.
Qual si vinca di noi s'abbia la donna
con tutto insieme il suo regal corredo,
e via la meni alle sue case; e tutti
su le percosse vittime giurando
amistà, voi di Troia abiterete
l'alma terra securi, e quelli in Argo
faran ritorno e nell'Acaia in braccio
alle vaghe lor donne. - A questo dire
brillò di gioia Ettorre, ed elevando
l'asta brandita e procedendo in mezzo,
di sostarsi fe' cenno alle sue schiere.
Tutte fêr alto: ma gl'infesti Achei
a saettar si diero alla sua mira
e dardi e sassi, infin che forte alzando
la voce Agamennón: Cessate, ei grida,
cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
ch'egli par che parlarne il bellicoso
Ettore brami. - Riverenti tutti
cessâr le offese, e si fur queti. Allora
fra questo campo e quello Ettor sì disse:
Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo,
e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e Anfigenìa
sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio,
Dorio famosa per l'acerbo scontro
che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi
dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno.
Millantava costui che vinte avrìa
al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco Giove.
Adirate le dive al burbanzoso
tolser la luce e il dolce canto e l'arte
delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle falde
del Cillene discesa e dai contorni
del tumulo d'Epìto, esperta gente
nel ferir da vicino. Uscìa con essa
di campestri garzoni una caterva,
che del Fenèo li paschi e il pecoroso
Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe
e di Strazia i coloni e di Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
cui dell'amena Mantinèa nutrisce
l'opima gleba e la stinfalia valle
e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e dieci
navi le vele, che a varcar le negre
onde lor diè lo stesso rege Atride
Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale.
D'intrepidi nell'arme e sperti petti
iva carca ciascuna, e la reggea
d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide
quadripartita, ha quattro duci, e ognuno
a dieci navi accenna. Le montaro
molti Epèi valorosi, e gli abitanti
di Buprasio e del sacro elèo paese,
e di tutto il terren che tra il confine
di Mirsino ed Irmino si racchiude,
e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco
guida il primo squadron, Talpio il secondo
egregio seme dell'Eurìto Attòride;
Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto è correttore
il simigliante a nume Polisseno,
germe dell'Augeïade Agastene.
Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto
alle contrade elèe rompon l'opposto
pelago, a questi è condottier Megete,
di sembiante guerrier pari a Gradivo.
Il generò Filèo diletto a Giove,
buon cavalier che dai paterni un giorno
odii sospinto alla dulichia terra
migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon guidava.
Dei prodi Cefaleni, abitatori
d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,
di Crocilèa, di Samo e di Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto
continente, di tutti è duce Ulisse
vero senno di Giove; e lo seguièno
dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il capitano
degli Etoli Toante, a cui fu padre
Andrèmone; e traea seco le torme
di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle
di Calcide. E raccolta era in Toante
degli Etòli la somma signorìa
da che la Parca i figli ebbe percosso
del magnanimo Enèo, posto col biondo
Meleagro infelice ei pur sotterra.
Il gran mastro di lancia Idomenèo
guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
di Litto, di Mileto e della forte
Gortina e dalla candida Licasto
e di Festo e di Rizio, inclite tutte
popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta
che di cento città porta ghirlanda.
Di questi tutti Idomenèo divide
col marzio Merïon la glorïosa
capitananza; e ottanta navi han seco.
Nove da Rodi ne varâr gli alteri
Rodïani per l'isola partiti
in triplice tribù: Lindo, Jaliso,
e il biancheggiante di terren Camiro.
L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce,
grande e robusto battaglier che al forte
Ercole un giorno Astïochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente
seco addusse l'eroe, poiché distrutto
v'ebbe molte cittadi e molta insieme
gioventù generosa. Entro i paterni
fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto
i fiocchi della neve, allorché Giove
versa incessante, addormentati i venti,
i suoi candidi nembi, e l'alte cime
delle montagne inalba e i campi erbosi,
e i pingui seminati e i porti e i lidi:
l'onda sola del mar non soffre il velo
delle fioccanti falde onde il celeste
nembo ricopre delle cose il volto;
tale allor densa di volanti sassi
la tempesta piovea quinci da' Teucri
scagliata e quindi dagli Achivi; e immenso
sorgea rumor per tutto il lungo muro.
Ma né i Troiani né l'illustre Ettorre
n'avrìan le porte spezzato e le sbarre,
se alfin contro gli Achei non incitava
Giove l'ardir del figlio Sarpedonte,
quale in mandra di buoi fiero lïone.
Imbracciossi l'eroe subitamente
il bel rotondo scudo, ricoperto
di ben condotto sottil bronzo, e dentro
v'avea l'industre artefice cucito
cuoi taurini a più doppi, e orlato intorno
d'aurea verga perenne il cerchio intero.
Con questo innanzi al petto, e nella destra
due lanciotti vibrando, incamminossi
qual montano lïon che, stimolato
da lunga fame e dal gran cor, l'assalto
tenta di pieno ben munito ovile;
e quantunque da' cani e da' pastori
tutti sull'armi custodito il trovi,
senza prova non soffre esser respinto
dal pecorile, ma vi salta in mezzo
e vi fa preda, o da veloce telo
di man pronta riceve aspra ferita:
tale il divino Sarpedon dal forte
suo cor quel muro ad assalir fu spinto
e a spezzarne i ripari. E volto a Glauco
d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse,
perché siam noi di seggio, e di vivande
e di ricolme tazze innanzi a tutti
nella Licia onorati ed ammirati
pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto
una gran terra possediam d'ameno
sito, e di biade fertili e di viti?
Certo acciocché primieri andiam tra' Licii
nelle calde battaglie, onde alcun d'essi
gridar s'intenda: Glorïosi e degni
son del comando i nostri re: squisita
è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,
ma grande il core, e nella pugna i primi.
Se il fuggir dal conflitto, o caro amico,
ne partorisse eterna giovinezza,
non io certo vorrei primo di Marte
i perigli affrontar, ned invitarti
a cercar gloria ne' guerrieri affanni.
Ma mille essendo del morir le vie,
né scansar nullo le potendo, andiamo:
noi darem gloria ad altri, od altri a noi.
Disse, né Glauco si ritrasse indietro,
né ritroso il seguì. Con molta mano
dunque di Licii s'avviâr. Li vide
rovinosi e diritti alla sua torre
affilarsi il Petìde Menestèo,
e sgomentossi. Girò gli occhi intorno
fra gli Achivi spïando un qualche duce
che lui soccorra e i suoi compagni insieme.
Scorge gli Aiaci che indefessi e fermi
sostenean la battaglia, e avean dappresso
Teucro pur dianzi della tenda uscito.
Ma non potea far loro a verun modo
le sue grida sentir, tanto è il fragore
di che l'aria rimbomba alle percosse
degli scudi, degli elmi e delle porte
tutte a un tempo assalite, onde spezzarle
e spalancarle. Immantinente ei dunque
manda ad Aiace il banditor Toota,
e, Va, gli dice, illustre araldo, vola,
chiama gli Aiaci, chiamali ambedue,
ché questo è il meglio in sì grand'uopo. Un'alta
strage qui veggo già imminente. I duci
del licio stuol con tutta la lor possa
qua piombano, e mostrâr già in altro incontro
ch'elli son nelle zuffe impetuosi.
S'ambo gli eroi ch'io chiedo, in gran travaglio
si trovano di guerra, almen ne vegna
il forte Aiace Telamònio, e il segua
Teucro coll'arco di ferir maestro.
Corse l'araldo obbediente, e ratto
per la lunga muraglia traversando
le file degli Achei, giunse agli Aiaci,
e con preste parole, Aiaci, ei disse,
incliti duci degli Argivi, il caro
nobile figlio di Petèo vi prega
d'accorrere veloci, ed aitarlo
alcun poco nel rischio in che si trova.
Prègavi entrambi per lo meglio. Un'alta
strage gli è sopra: perocché di tutta
forza si vanno a rovesciar sovr'esso
i licii capitani, e di costoro
l'impeto è noto nel pugnar. Se voi
Disse, e spirò Minerva a Dïomede
robustezza divina. A dritta, a manca
fora, taglia ed uccide, e degli uccisi
il gemito la muta aria ferìa.
Corre sangue il terren: come lïone
sopravvenendo al non guardato gregge
scagliarsi, e capre e agnelle empio diserta;
tal nel mezzo de' Traci è Dïomede.
Già dodici n'avea trafitti; e quanti
colla spada ne miete il valoroso,
tanti n'afferra dopo lui d'un piede
lo scaltro Ulisse, e fuor di via li tira,
nettando il passo a' bei destrieri, ond'elli
alla strage non usi in cor non tremino,
le morte salme calpestando. Intanto
piomba su Reso il fier Tidìde, e priva
lui tredicesmo della dolce vita.
Sospirante lo colse ed affannoso
perché per opra di Minerva apparso
appunto in quella gli pendea sul capo,
tremenda visïon, d'Enide il figlio.
Scioglie Ulisse i destrieri, e colle briglie
accoppiati, di mezzo a quella torma
via li mena, e coll'arco li percuote
(ché tor dal cocchio non pensò la sferza),
e d'un fischio fa cenno a Dïomede.
Ma questi in mente discorrea più arditi
fatti, e dubbiava se dar mano al cocchio
d'armi ingombro si debba, e pel timone
trarlo; o se imposto alle gagliarde spalle
via sel porti di peso; o se prosegua
d'altri più Traci a consumar le vite.
In questo dubbio gli si fece appresso
Minerva, e disse: Al partir pensa, o figlio
dell'invitto Tidèo, riedi alle navi,
se tornarvi non vuoi cacciato in fuga,
e che svegli i Troiani un Dio nemico.
Udì l'eroe la Diva, e ratto ascese
su l'uno de' corsier, su l'altro Ulisse
che via coll'arco li tempesta, e quelli
alle navi volavano veloci.
Il signor del sonante arco d'argento
stavasi Apollo alla vedetta, e vista
seguir Minerva del Tidìde i passi,
adirato alla Dea, mischiossi in mezzo
alle turbe troiane, e Ipocoonte
svegliò, de' Traci consigliero, e prode
consobrino di Reso. Ed ei balzando
dal sonno, e de' cavalli abbandonato
il quartiero mirando, e palpitanti
nella morte i compagni, e lordo tutto
di sangue il loco, urlò di doglia, e forte
chiamò per nome il suo diletto amico;
e un trambusto levossi e un alto grido
degli accorrenti Troi, che l'arduo fatto
dei due fuggenti contemplâr stup